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Dentro Playground: valori, persone, crescita
In Playground la cultura aziendale non si racconta solo nei valori, ma si vive ogni giorno, nei progetti, nelle persone, nei piccoli gesti quotidiani.
Abbiamo chiesto a Silvia Caruso, la nostra Talent Acquisition Specialist, di raccontarci cosa significa lavorare in Playground, crescere professionalmente e sentirsi parte di una squadra che mette davvero le persone al centro.
Com’è lavorare in Playground?
Entrare in Playground significa far parte di un gruppo di persone che fanno lavori diversi e li fanno con stili diversi. Alcune sono veloci e istintive, altre riflessive e metodiche; c’è chi ama partecipare a ogni discussione e chi interviene solo quando ha qualcosa da dire. Questa miscela crea un ambiente vivo, dove i progetti cambiano ritmo in base alle esigenze e alla creatività del momento.
Lavoriamo con brand riconosciuti, quindi il livello di responsabilità è alto. Le giornate piene non mancano, però tutto si regge grazie alla collaborazione costante tra team. Se stai affogando, c’è sempre qualcuno pronto a tirarti fuori la testa dall’acqua; se hai un’intuizione, trovi chi ti aiuta a metterla a terra. In generale ci piace ascoltarci e far girare i punti di vista, anche quando non coincidono.
Quali valori ci rappresentano?
La collaborazione è probabilmente la cosa che si vede prima di tutto: ogni persona sa che dietro c’è un team pronto a sostenere il lavoro quando serve. L’ascolto arriva subito dopo, perché abbiamo momenti di confronto continui in cui si parla di progetti, ma anche di come ci si sente dentro quei progetti. E poi c’è il rispetto, sia dei tempi che delle persone.
Ci piace sperimentare e vedere cosa succede quando si propone un’idea un po’ fuori schema. Certo, non sempre escono cose perfette, ma avere lo spazio per provarci fa bene al team.
Che atmosfera si respira in ufficio?
L’ambiente è open space, ma si respira un clima tranquillo, silenzioso e rispettoso della privacy: riunioni e chiamate con colleghi, clienti, partner o fornitori vengono organizzate in sale riunioni dedicate, così da non disturbare chi sta lavorando ad altre attività.
Ci sono strumenti musicali, una sala pranzo, un’area ristoro per le pause caffè e qualche angolo dove isolarsi quando serve concentrazione o fare una pausa.
Ogni tanto passa un cane, che spesso allevia metà dello stress collettivo.. tutto è pensato per lavorare bene, sentirsi a proprio agio e godersi davvero la giornata.
Che tipo di persone cerchiamo?
Ci piacciono persone competenti e curiose, ma soprattutto concrete e affidabili. Per noi il lavoro non significa solo generare nuove idee, bensì anche saper gestire priorità e scadenze, affrontare attività operative anche ripetitive o monotone, contribuire alla continuità di progetti di lungo periodo e adattarsi a un contesto di mercato in costante evoluzione.
Come gestiamo feedback, errori e crescita interna?
Gli errori capitano a tutti, e qui cerchiamo di osservarli insieme, senza farne un macigno. La crescita è una costante: la supportiamo con review annuali con HR e head of team, ma anche con conversazioni informali e libertà di movimento all’interno dei team. Quando si apre un nuovo ruolo, guardiamo sempre prima se qualcuno del team può crescere e, a sua volta, far crescere chi lavora con lui.
C’è chi in pochi anni ha cambiato completamente ruolo e responsabilità: per noi, è il segno che il sistema funziona. Non siamo formali, siamo agili per scelta: ognuno ha il suo ruolo, ma senza gerarchie. La leadership in Playground è più un accompagnamento che una direzione dall’alto. Gli head of sono punti di riferimento: ti danno contesto, ti sostengono nei momenti difficili e ti lasciano spazio quando sanno che puoi prenderti la responsabilità. Tutto si basa sulla fiducia reciproca.
Per Playground l’inclusione è…?
L’inclusione non è uno slogan, è un lavoro quotidiano. Stiamo costruendo buone pratiche, e alcune sono già diventate abitudini solide: attenzione alle categorie protette, cura nel match dei ruoli, piccoli gesti che migliorano la vita quotidiana in ufficio, formazione su accessibilità e design inclusivo per rendere anche i nostri progetti digitali più inclusivi e attenti ai bisogni di tutti e tutte.
Sappiamo che la strada non è completata e ci stiamo ancora lavorando, senza far finta che sia già tutto perfetto.
Com’è l’equilibrio tra lavoro e vita personale?
Per noi il benessere delle persone è fondamentale, perché incide direttamente sulla qualità del lavoro. Lavoriamo in modalità ibrida, con fino a tre giorni di smart working a settimana, e orari flessibili che si adattano alle esigenze di ogni persona. Nei periodi prefestivi, quando possibile, possiamo lavorare anche full remote e da domicili diversi, così chi vuole, può avvicinarsi alla famiglia o spostarsi per altri motivi.
La pianificazione dei team è studiata per evitare sovraccarichi: ci sono figure di backup così da potersi prendere ferie o permessi senza stress. Per noi il tempo libero, la famiglia e gli interessi personali sono parte integrante di un lavoro sano e sostenibile.
Come funzionano i colloqui?
Il percorso è semplice. Si parte con un colloquio con me in cui ci conosciamo reciprocamente. Poi c’è un incontro tecnico-conoscitivo con l’head del team: serve per approfondire il percorso personale e professionale, capire le capacità di ragionamento e l’approccio ai possibili task futuri. In alcuni casi chiediamo anche di svolgere un breve test tecnico, che l’head valuta direttamente durante il colloquio.
L’ultimo step coinvolge figure come un founder, l’Head of Operations o le persone del team con cui si collaborerebbe più da vicino.
Gestiamo un candidato per volta, mai colloqui di gruppo, e ci impegniamo sempre a dare un riscontro in tempi ragionevoli, qualunque sia l’esito.
C’è spazio anche per profili junior e collaborazioni?
Sì, abbiamo vari ingressi junior ogni anno e momenti di formazione dedicati. Collaboriamo con freelance per progetti specifici, con università e istituti creativi e spesso i progetti extracurricolari diventano il primo passo per entrare.
Quindi… Playground è il posto perfetto?
Direi di no, e meno male. Facciamo errori, a volte ci incasiniamo, in certi periodi la tensione sale perché i progetti corrono più veloci delle persone. Non sempre abbiamo la soluzione pronta e ogni tanto ci accorgiamo di avere bias o abitudini che vanno smontate.
La differenza, se dobbiamo dirne una, è che cerchiamo di guardarci con onestà e di migliorare dove possiamo, passo dopo passo.
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L’ambizione non è essere perfetti, ma essere un posto dove vale la pena stare, crescere e fare cose che abbiano senso.
Silvia Caruso, Talent Acquisition Specialist